Ti capita mai di ripensare insistentemente a una conversazione con qualcuno, e a riflettere su cosa avresti potuto dire di diverso? O di avere l’impressione di non riuscire a distogliere la mente dagli stessi problemi?
All’inizio, ti può sembrare di essere alla ricerca di una soluzione. In realtà, però, quello che succede spesso è diverso: la mente smette abbastanza in fretta di concentrarsi su possibili soluzioni e inizia a girare intorno alle emozioni che quella situazione ha attivato. Invece di focalizzarti sulle possibili azioni pratiche che potresti compiere, entri in una modalità di pensiero circolare in cui continui a tornare su come ti senti e sul perché ti senti così.
Questo tipo di pensiero viene comunemente chiamato “overthinking”, ma è importante sottolineare un punto. Ciò che crea il disagio che percepisci non sta tanto nella quantità di pensieri, ma nella loro qualità, dal modo in cui questi funzionano. Si tratta cioè di pensieri che risultano circolari, ripetitivi e poco orientati all’azione, interferendo con la possibilità di fare qualcosa di concreto per modificare la situazione.
In psicologia, questo tipo di funzionamento a cui spesso ci si riferisce con il termine overthinking viene descritto in modo più preciso con la parola “ruminazione”. Si tratta di una modalità di risposta a situazioni stressanti che porta a ripensare in modo ripetitivo a ciò che si è provato e si sta provando, sulle possibili cause delle proprie emozioni e sulle loro conseguenze. In questi casi, può risultare molto faticoso arrivare a una soluzione effettiva o a un cambiamento concreto.
Accanto alla ruminazione, esiste un altro processo molto simile che spesso si tende a confondere con l’overthinking: la preoccupazione (“worry”) per possibili scenari futuri. Come nella ruminazione, anche in questo caso il pensiero risulta ripetitivo e difficile da interrompere, ma è possibile evidenziare una differenza importante. La ruminazione tende a riportare la mente a ciò che è successo in passato e alle emozioni che ciò ha generato. La preoccupazione, invece, è orientata al futuro e porta a focalizzarsi su ciò che potrebbe andare storto.
In entrambi i casi, però, l’effetto è lo stesso: la mente rimane bloccata in un ciclo di pensieri disfunzionale, perché, pur dando l’impressione di essere utile, rende più difficile agire, prendere decisioni o, semplicemente, lasciar andare. E questo è uno dei motivi per cui spesso si ha l’impressione di non riuscire a “smettere”: più si resta bloccati in questo tipo di pensieri, più sembra necessario continuare.
È importante spiegare meglio questo punto, perché può risultare controintuitivo. Se questo stile di pensiero ci fa stare peggio, perché non riusciamo a distaccarcene? In parte, ciò è dovuto a quanto accennato prima, e cioè al fatto che, mentre siamo dentro questo processo, ci può sembrare utile. Pensare più volte alla stessa situazione dà l’impressione di poter arrivare, prima o poi, a una soluzione; di avere la possibilità di capire meglio cosa è successo; o di evitare gli stessi errori in futuro. In altre parole, si ha effettivamente la sensazione di essere concentrati sul risolvere qualcosa che non ci fa stare bene.
Il problema è che queste convinzioni portano a una modalità di pensiero che, invece di aiutare, sortisce l’effetto opposto. Più rimaniamo focalizzati su ciò che proviamo, o su ciò che potrebbe andare storto in futuro, più la nostra capacità di attenzione viene limitata; il focus si restringe, e diventa difficile prendere distanza. I pensieri ripetitivi portano a ridurre le prospettive e quello che inizialmente sembrava un modo per chiarirsi le idee diventa un meccanismo che ci tiene prigionieri.
In parole povere, spesso si ha la sensazione di non riuscire a smettere perché la mente continua a investire energie in qualcosa che, in quel momento, sembra ancora necessario.
Come spezzare questo ciclo di pensieri ripetitivi?
Attività che coinvolgono il corpo, come fare movimento, o le relazioni sociali, come passare del tempo con altre persone, possono funzionare perché contrastano direttamente ciò che mantiene il problema: restare fermi, dentro la propria testa. Quando ci attiviamo, interrompiamo, almeno parzialmente, questo meccanismo. Viceversa, cercare di “non pensare” di solito è poco efficace. Più proviamo a bloccare i pensieri, più tendono a tornare. In certi casi, si corre anche il rischio di spostarsi verso comportamenti poco utili nel tentativo di allontanare il malessere, come mangiare in eccesso, o fare uso di alcol o altre sostanze. La differenza sta quindi in ciò che scegliamo di fare quanto ci accorgiamo di essere entrati in questo circolo: alcune attività ci possono aiutare a uscire dal blocco e ad affrontare le situazioni che sono alla base del problema, altre azioni rischiano di mantenerlo o amplificarlo.
In quest’ottica, anche interventi come quelli basati sulla mindfulness possono essere utili. Adottando questo tipo di approccio, ci accorgiamo come non si tratti tanto di smettere di pensare, ma di cambiare il modo di stare con ciò che ci passa per la mente. Invece di cercare di sopprimerli, possiamo imparare a osservare le nostre emozioni e i nostri pensieri per quello che sono, senza giudicarli e senza lascarci trascinare automaticamente. Un aspetto centrale è proprio questo: i pensieri non sono fatti, non ci definiscono e non devono necessariamente guidare le nostre azioni.
Nel tempo, questo permette di ridurre l’intensità con cui vengono vissuti e di fare un passo indietro rispetto ad essi. Più che cambiare quello che pensiamo, spesso è utile cambiare il modo in cui ci rapportiamo ai nostri pensieri. Uscire da questi meccanismi infatti non significa smettere di pensare, ma iniziare a domandarsi quando il pensiero è utile e quando invece sta iniziando a diventare bloccante e ripetitivo. Da solo, questo primo passaggio può fare la differenza, perché permette di interrompere parzialmente il ciclo automatico. Quando, però, questo processo diventa troppo frequente o sentiamo di avere difficoltà a gestirlo da soli, può essere utile cercare un confronto con un professionista. Rivolgersi a una psicologa Verona può aiutare a comprendere meglio queste modalità e ad affrontarli con più efficacia nella vita quotidiana.
Articolo con link in collaborazione pubblicitaria